AVEVANO SCOPERTO ISCHIA LA CHIAMARONO PITHECUSA

di Fabrizio Carbone

La videro alle prime luci dell'alba. Scura,  contro il cielo quasi bianco, emergeva da un mare calmissimo. L'isola era imponente, montuosa, ricca di insenature, frastagliata con pareti a picco e una serie di promontori legati da sottili strisce di sabbia. Le navi si erano avvicinate durante una notte calma e senza luna. Per giorni una bonaccia assoluta aveva bloccato del tutto la navigazione. Ma ora era arrivata la fine di un lungo viaggio perché quello era il luogo che cercavano e che avevano a lungo sognato. Quando i sole svelò i contorni dell'orizzonte, i marinai che avevano condotto in salvo le navi si accorsero di essere giunti in un paradiso terrestre. Ci furono canti di gioia e inni di vittoria come se fosse stata vinta la più dura delle battaglie. Quella sarebbe stata la loro terra: l'isola del riscatto, del ritorno alla vita. Donne e uomini, vecchi e bambini, vi portavano la conoscenza di coltivare vite, ulivo, grano. Ma anche l'arte di impastare argille finissime con cui forgiare vasi, calici e piatti raffinati. Ceramiche su cui dipingere le scene con le storie dei loro dei. Erano arrivati con la primavera. E l'isola splendeva di fiori: il giallo delle ferule ricche di nettare zuccherino e delle ginestre profumate, il rosso dei papaveri e degli anemoni selvatici, il lillà dei gladioli e delle piccole orchidee. Dal nulla, alti nel cielo, si materializzavano migliaia e migliaia di piccoli uccelli che arrivavano dalle coste dell'Africa, dalle terre dei Fenici. Piccoli migratori dai colori sgargianti, ma anche falchi e rapaci, cicogne, avvoltoi. Era un evento positivo: il segnale che tutti aspettavano. Sul pelo dell'acqua i coloni videro nuotare molte coppie di foche: soffiavano aria dalle narici larghe,  si immergevano, riapparivano più avanti, intorno alle grotte che si aprivano sul versante dell'isola,  quello che precipitava dritto in un mare cobalto. Quando il vento riprese vigore doppiarono la punta a sud e solo allora si accorsero che la terra ferma non era lontana: si delineavano colline verdissime a perdita d'occhio. Tutto allora cominciò a prendere forma. Il luogo ricordava da vicino la loro isola, quella da dove erano partiti qualche mese prima. Loro, i coloni, venivano da Eubea, per grandezza la seconda isola dei greci dopo la mitica Creta dei micenei. Il fatto che ci fossero le foche tutt'intorno alle navi ricordava loro che nulla era cambiato; il fatto che la terraferma fosse vicina gli faceva tornare in mente quanto Eubea fosse attaccata all'Attica dei loro rivali ateniesi. Senza esserne pienamente coscienti questi coloni greci avevano raggiunto il punto più a nord delle loro peregrinazioni. Era come se avessero  scoperto l'America. E forse anche di più. Tutto questo accadeva ottocento anni prima della nascita di Cristo.  Ventotto  secoli  fa.  E questi marinai,  queste  donne e questi  bambini erano  i testimoni sbigottiti, con gli occhi fissi in faccia all'isola che oggi tutti conosciamo  come  Ischia e  alla quale  allora,  i coloni che avevano lasciato  Calcie  e  Eretria,   dettero  il nome di  Pithecusa.    Ma   la  sorpresa  dei  coloni  Eubei fu grande  quando  scoprirono  che  l'isola  aveva  aspetti  per loro sconosciuti e impressionanti: fumava, emanava forti odori sulfurei, aveva sorgenti di acque bollenti che sgorgavano sott'acqua, in grotte, che scendevano dalla cima della montagna vulcano che loro avevano subito battezzato Epomeo. Un picco alto quasi 800 metri, ricoperto di grandi alberi di castagni, di lecci, di querce da sughero. Per i greci le sorprese sembravano non avere più fine: l'isola era abitata. Popoli autoctoni, gruppi di etnie italiche vivevano lungo le insenature e a ridosso della montagna. Erano allevatori di capre e grandi appassionati di miele selvatico. Con loro gli eubei avrebbero dovuto fare i conti  Ma non fu difficile: non ci furono né stragi, né guerre. I coloni, una volta deciso di lasciare per sempre la madrepatria, sapevano a cosa sarebbero andati incontro. Avevano parlato a lungo coi marinai che navigavano l'Egeo e lo Jonio, che commerciavano coi Fenici, che erano arrivati in Trinacria, che avevano trovato ormeggi e riparo lungo le coste della Magna Grecia appena con­quistata. Agli eubei i marinai avevano parlato delle coste più a nord, dei vulcani che sorgevano dal mare, delle terre degli etruschi, i più grandi fabbricanti di armi del tempo. Così i coloni partiti da Eubea avevano cominciato a spingersi sempre più oltre. Avevano imparato le rotte per doppiare di notte, con l'aiuto delle stelle, il Peloponneso e poi lanciarsi in mare aperto fino a ritrovare lo stretto impetuoso tra Scilla e Cariddi. E avere poi vita facile, oltre quelle colonne rocciose che aprivano l'orizzonte a un mondo per loro sconosciuto ma abbastanza sicuro. Così avevano raggiunto l'isola. E l'avevano scelta come nuova patria.Nei giorni dedicati alla fondazione deella colonia di Pithecusa,  gli eubei  salirono  in  cima all'Epomeo  per dedicare  un sacrificio  di capretti ai loro dèi, sicuramente ad Apollo. Dall'alto della montagna impararono a riconoscere un orizzonte vastissimo. I monti Lepini, quelli del Cilento, gli Aurunchi si stagliano anche oggi nei giorni tersi di maestrale. Gli ischitani di allora non potevano certo immaginare che, a nord, lontano, quel gran promontorio di calcare bianco che sorgeva netto e dominava una lunga striscia di sabbie finissime, era il mitico rifugio della Circe di Odisseo. Loro non sapevano che, un giorno, sarebbero andati a terra per fondare, nel bel mezzo dei Campi Flegrei, Cuma. E che Neapolis sarebbe sorta ai  piedi  di  un  vulcano.  Lo stesso che, sette  secoli  più  tardi, avrebbe  distrutto  due  città  romane, vissute  nel lusso e nella miseria, nella raffinatezza delle ville dipinte di rosso e istoriate di fregi. E nello squallore dei bordelli e delle bettole a ridosso dei porti. Gli abitanti di Pithecusa furono soprattutto agricoltori e allevatori. Poco inclini alla pesca svilupparono l'arte della ceramica al punto di gareggiare con gli etruschi che battevano tutti i mercanti del tempo con i loro servizi da tavola in bucchero nero. Quelli di Pithecusa spopolarono con le loro ceramiche dipinte, di cui resta traccia illustre e unica nella coppa di Nestore (uno skypbos) in cui è riportata l'iscrizione: "Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona". Il più antico documento di lingua greca esistente al mondo. Ventotto secoli travolgono la storia e fanno di Ischia uno dei tanti luoghi dell'Italia ad alta concentrazione stratigrafica. La cronologia, metro su metro, galoppa verso i nostri secoli e ci ricorda aneddoti infiniti. Si potrebbe dire che un bel pezzo di mondo è passato per Ischia e per quelle che, in età romana, divennero le Tbermae più famose del Mediterraneo. Ma l'isola non ha solo ricordi archeologici; non sono soltanto le cronache del geografo greco Strabone a elencarne le meraviglie. Ischia è il concentrato di eventi che parlano ogni lingua possibile: oltre le scorribande saracene, oltre le lotte medioevali, Ischia fu presa e lasciata da francesi, da spagnoli, da inglesi che non si preoccuparono neppure per un istante di cannoneggiarla. L'isola ha conosciuto fulgori e mondanità. Fu visitata dal poeta francese Alfonse Lamartine e dal drammaturgo danese Einrik Ibsen che qui vi scrisse i capitoli finali del Peer Gynt. Fu il luogo amato da Luchino Visconti e da angelo Rizzoli che dalla ristrutturazione di una masseria mediovale costruì Villa Arbusto, oggi piccolo e delizioso museo archeologico. Ma Ischia è stata anche un'isola tragica e funesta. L'ultimo dei suoi terremoti più violenti, esploso all'alba del 28 luglio del 1883, rase al suolo la cittadina di Casamicciola e uccise 1.784 persone. In mezzo alle macerie si ritrovò, salvo per miracolo, l'allora giovanissimo Benedetto Croce. Una grossa trave di legno, crollata a ponte sopra di lui, impedì che fosse sepolto dai muri e dai calcinacci. A poche centinaia di metri di distanza da Croce, in una casa dove trascorreva le vacanze, fu sterminata la famiglia Aliquò. Unica a salvarsi fu la piccola Anna, ancora in culla. Lei è stata la nonna paterna del cronista che qui conclude la sua storia

        Fabrizio Carbone (giornalista e scrittore esperto di problemi ambientali)

Articolo tratto da “Ulisse”, rivista di bordo dell’Alitalia

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